Kintsugi e cecità: quando la vista diventa marginale e guidano tatto, cuore e connessione
Sono stata invitata per un’intervista alla radio dell’Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti, un’occasione preziosa per raccontare la mia storia e il percorso che mi ha portata a lavorare con il kintsugi e, in particolare, con il kintsugi biografico.
Durante l’intervista ho parlato di questa antica arte giapponese che insegna a ricomporre oggetti rotti con l’oro, trasformando le fratture in segni di valore. Un gesto semplice solo in apparenza, che in realtà apre a una riflessione più profonda: ciò che si rompe non va nascosto, ma attraversato e integrato.
A un certo punto mi è stata fatta una domanda diretta: “Ha mai partecipato una persona cieca ai suoi corsi?”
La risposta è stata immediata: sì. Ed è stato uno dei momenti più significativi del mio percorso.
Daniele Cassioli, che ama mettersi alla prova in ogni esperienza, ha partecipato a un workshop di kintsugi. Ha unito i frammenti con una calma sorprendente, affidandosi completamente al tatto, alla presenza, all’ascolto. Il suo modo di lavorare era essenziale, pulito, concentrato. Non mancava nulla. Anzi.
Quell’esperienza ha reso ancora più chiaro ciò che sento da sempre: nei miei corsi non devono esistere limiti, né di abilità né di disabilità.
Nel tempo ho incontrato molte persone diverse. Una ragazza mi ha chiamata chiedendo se potesse partecipare nonostante avesse un solo braccio. Le ho risposto senza esitazione: certo. E così è stato. Ha lavorato con precisione, trovando un suo ritmo, una sua modalità.
Ho visto persone cieche orientarsi attraverso il tatto e lo spazio.
Ho visto chi si muoveva con una sola mano sviluppare una sensibilità incredibile.
Ho accolto partecipanti in carrozzina o con deambulatore, adattando ogni volta lo spazio perché fosse davvero accessibile.
Questo, per me, è il cuore del kintsugi biografico: un’esperienza inclusiva, dove ogni persona può trovare il proprio modo di ricomporre.
Le difficoltà fisiche non scompaiono, ma spesso aprono altre possibilità. Amplificano i sensi, cambiano il modo di stare nel gesto, creano nuovi equilibri.
E poi c’è un’altra verità, che vedo spesso: molte persone senza disabilità arrivano ai workshop con fretta, tensione, aspettative. Faticano a rallentare, a entrare davvero in contatto con ciò che stanno facendo.
Ognuno ha i propri limiti. Visibili o invisibili.
Il punto non è eliminarli, ma incontrarli.
Perché il senso più profondo del kintsugi biografico è proprio questo: riconoscere la propria unicità, fatta anche di imperfezioni, di fragilità, di crepe. E trasformarle in qualcosa che parla di noi, con verità.
Quando la vista diventa marginale, emergono altre forme di conoscenza: il tatto, l’ascolto, la presenza.
E lì succede qualcosa di essenziale: non si tratta più di “riparare” un oggetto, ma di entrare in relazione con ciò che si sta facendo.
È in quel momento che il kintsugi diventa davvero biografico.
Ed è lì che, ogni volta, qualcosa si ricompone anche dentro di noi.